Questo non è un articolo “veloce”: è un racconto lungo, pensato per chi vuole davvero capire cosa è successo il 21 gennaio 2026. Ho scelto di scriverlo così perché volevo dare spazio alle voci dei rider e a quella di un meteorologo che vive il Mediterraneo da surfista. Se hai tempo, regalati questi minuti: sono per te, per il mare e per la passione che ci accomuna.
Il 21 gennaio 2026 ho visto il Mediterraneo cambiare faccia. Da giorni, in negozio e online, parlavamo tutti del ciclone Harry, ma solo quando ho iniziato a raccogliere le testimonianze dei rider CityBeach e di un meteorologo amico di lunga data ho capito quanto fosse grande quello che avevamo vissuto. In queste righe provo a mettere in ordine emozioni, dati e voci che ho ascoltato negli ultimi giorni, per lasciare una traccia che parli davvero alla nostra community.
Quando il Mediterraneo sembra oceano
Per chi vive il surf da anni, il 21 gennaio non è stata “solo” un’altra mareggiata. Guardando mappe, boe e immagini della costa mi sono trovato davanti a un Mediterraneo diverso dal solito, con onde e periodi che sembravano più da oceano che da “nostro” mare. Ma prima ancora dei numeri, sono state le parole dei rider a cui ho chiesto a trasmettermi la portata di quello che era successo.
Quando ho sentito Roberto D’Amico, surfer italiano che viaggia in tutto il mondo e rider del team CityBeach, la prima cosa che mi ha detto è stata:
“Tanta acqua… Ho visto il Mediterraneo in lungo ed in largo ma mai avevo visto una potenza simile. L’emozione ci ha fatto andare fuori di testa.”
Michele Scoppa, che è più giovane e sta costruendo adesso il suo percorso nel surf di alto livello, ho percepito proprio lo stupore di chi si trova davanti a qualcosa di nuovo:
“Anche se non sono entrato in acqua quei giorni è stato uno spettacolo vedere questo tipo di mareggiata in Italia, è stata la prima volta della mia vita che vedevo una cosa simile.”
Poi c’è la prospettiva di Eugenio Barcelloni, che per me e per tanti è un riferimento del big wave surfing italiano nel mondo. Parlando con lui mi è arrivata la sensazione di un rapporto quasi intimo con l’onda:
“Una sensazione indescrivibile, pura adrenalina e brividi, non vedevo l’ora di essere sul picco, sapevo che non sarebbe entrato nessuno oltre a noi perché le onde erano troppo grandi quindi volevo essere il primo ad arrivare sul picco. Godermi quel momento da solo insieme a lui, connettermi con l’elemento. Non si era mai vista una condizione simile nel Mediterraneo, evento legato al puro cambiamento climatico.”
Mentre raccoglievo queste voci, sapevo che il quadro tecnico andava raccontato con altrettanta cura. Per questo ho chiesto a un amico di lunga data, il meteorologo Michele Cicoria, di spiegarmi la struttura di Harry. Mi ha raccontato che il ciclone non è stato un “Medicane”, ma una depressione extratropicale nata da un contrasto molto marcato tra masse d’aria:
“Il ciclone Harry è una depressione di tipo extratropicale (non un Medicane, sia chiaro) che si è generata da un forte contrasto tra l’aria fredda di origine artica, che ha raggiunto latitudini molto più a sud del solito – come il cuore dell’Algeria – e l’aria più mite e anche umida circostante, richiamata dal Mediterraneo, che in superficie era più caldo della media climatica attuale di circa 1 °C.”
Harry non era un Medicane: la differenza in parole semplici
Una depressione extratropicale come Harry è una “tempesta grande e lenta”: nasce dal contrasto tra aria fredda del nord e aria calda del sud, copre centinaia di km e si muove piano. Un Medicane invece è una “mini‑uragano mediterraneo”: nasce dall’acqua molto calda (come può avvenire in estate), è piccolo, veloce e si intensifica in poche ore come un uragano nei mari tropicali.
Harry era il primo tipo: grande e prevedibile, per questo ha creato onde pulite e lunghe. Un Medicane sarebbe stato più caotico e improvviso.
Un mare più caldo del normale significa più energia a disposizione per alimentare tempeste e mareggiate: mentre ascoltavo Michele, mi rendevo conto che quelle onde “da oceano” che vedevamo tutti sui video erano la traduzione concreta di questo surplus di energia nel Mediterraneo.
La traiettoria di Harry e la qualità della mareggiata
Una delle prime cose che ho chiesto a Michele Cicoria è stata: “Perché questa mareggiata è stata così diversa dalle altre che abbiamo visto finora?”. La sua risposta è partita dalla traiettoria del ciclone. Harry si è mosso più a sud del solito e soprattutto lo ha fatto lentamente, mantenendo una struttura molto profonda.
“La traiettoria del ciclone è stata molto più meridionale del solito, inoltre Harry è stato rappresentato da un’area depressionaria molto ampia e lenta nel suo spostamento verso levante, rallentata da un robusto anticiclone sull’Europa orientale. Tale scenario ha permesso un’azione del vento molto più prolungata del normale, su un fetch oltretutto di massima estensione per questo tipo di mareggiata mediterranea. Risultato: onde eccezionali per misura e periodo.”
Tradotto in linguaggio surf, in pratica, significa che il vento ha soffiato forte e a lungo sempre sulla stessa grande porzione di mare, permettendo allo swell di crescere, allungarsi e ordinarsi. Gli ho chiesto anche cosa avesse reso così speciale il lato laziale, quello che viviamo più da vicino con CityBeach. La risposta è arrivata subito:
“Nel caso particolare della costa laziale, il transito molto più a sud del ciclone ha permesso che i venti sottocosta restassero quasi sempre da terra (prevalentemente da Est/Nord-Est), mentre lo swell si è formato molto più al largo e lontano (ground swell): questo ha fatto sì che le onde, molto grandi e cariche di energia, si propagassero facilmente dai canali di Sardegna e Sicilia verso la costa del medio-alto Tirreno, raggiungendo il litorale laziale lunghe, distese e perfette per essere surfate.”
Mentre lui parlava di traiettoria e fetch, io pensavo alle immagini che ricevevamo in chat e sui social: line up pulite, onde lunghe, il Mediterraneo che – per qualche ora – sembrava davvero un oceano in miniatura.
Il lato umano del ciclone Harry: danni e consapevolezza
Nel raccogliere le voci di chi ha surfato o osservato questa mareggiata, mi sono trovato spesso a fare i conti con una tensione forte: da un lato la gioia di aver vissuto un evento “storico” per il surf, dall’altro la consapevolezza dei danni enormi che Harry ha causato lungo le coste italiane.
Lungomare distrutti, case allagate, attività sommerse, famiglie sfollate: mentre scrivo, penso a tutte le persone che non hanno visto onde, ma solo acqua entrare in casa. Quando ho parlato con Roberto, dopo l’euforia iniziale dei primi giorni, il tono era cambiato:
“C’è voluto qualche giorno per rendermi conto di cosa abbiamo vissuto.
Il primo pensiero va a tutte le persone che si sono trovate l’acqua in casa, a chi ha perso abitazioni, attività e soprattutto a chi ha avuto paura. Questo evento è stato distruttivo per il nostro paese e il modo in cui percepiamo e interpretiamo un evento simile è davvero l’altra faccia della medaglia.”
Mi ha colpito molto anche la sua riflessione su come viviamo e raccontiamo tutto questo online:
“La libertà di esprimersi dietro uno schermo può cambiare lo stato d’animo, facendoti sentire in colpa per un momento di felicità. Quello che facciamo non è uno scherzo: viviamo il mare ogni giorno con rispetto. La forza sprigionata ci ha rimesso al nostro posto, ci ha ricordato chi comanda, e il semplice fatto di osservarlo da così vicino, sentendo la sua massima espressione, è stato un privilegio che porteremo con noi per sempre ed è un qualcosa difficile da spiegare, andrebbe semplicemente RISPETTATO.”
Mentre lo ascoltavo, mi rendevo conto che questo articolo doveva tenere insieme entrambe le facce: le onde e le persone, l’adrenalina e la paura, il sogno del rider e la realtà di chi ha perso tutto.
Dentro l’onda: il confine sottile tra fascino e rischio
Una delle domande che ho fatto a tutti è stata: “Dov’è, per te, il confine tra il fascino per l’onda gigante e il rispetto per il rischio?”.
Roberto mi ha risposto in modo molto onesto, raccontando cosa succede davvero quando sei lì:
“Sono sincero, nel momento stesso non riesci a pensare ad altro. Se lo fai vuol dire che non stai vivendo il momento. Una volta uscito dall’acqua ti rendi conto della potenza del mare, di quello che ti fa sentire sul corpo e di quello che può provocare su vere e proprie strutture.”
Michele Scoppa, invece, mi ha riportato il punto di vista di chi avrebbe voluto esserci, ma si è trovato a fare i conti con la vita “normale”:
“Ci sta sempre un limite, ma sarei voluto andare a surfare questa mareggiata al sud dell’Italia, ma dovevo studiare dato che non sto mai a Roma e quei pochi giorni che ci sto devo andare a scuola e poi non conoscendo nessuno spot non sapevo dove andare.”
Con Eugenio il discorso è finito subito su un livello più ampio, quello della prevenzione e di come gestiamo questi eventi come Paese:
“I rischi sono evidenti oramai da molti anni ma chi dovrebbe non fa nulla per prevenirli. Bisognerebbe creare un’organizzazione apposita che tutela i luoghi prima dei cicloni invece di arrivare sempre ‘DOPO’. In Italia non c’è interesse perché arrivando dopo è più facile guadagnare sui danni che ci sono anziché prevenirli. Se sei un vero ricercatore di onde il confine esiste solo quando ti trovi davanti una catastrofe e lì che c’è bisogno di aiuto, allora in quel momento le onde passano in secondo piano.”
Ascoltando queste tre prospettive, mi è stato chiaro che il confine tra fascino e rischio non è una linea fissa: cambia con l’esperienza, con il ruolo, con la consapevolezza. Ma esiste sempre, e va nominato.
Surfer: Eugenio Barcelloni
Gli errori che non ci possiamo più permettere
Volevo che da queste interviste uscissero anche fatti concreti, utili a chi leggerà questo articolo la prossima volta che il Mediterraneo prometterà qualcosa di grande. Per questo ho chiesto: “Qual è il primo errore da evitare in una mareggiata così?”.
Roberto è partito dall’attrezzatura:
“La scelta della tavola, errore anche mio… Non mi era mai successo di pensare che una 6’4’’ fosse piccola nel nostro mare. A volte il mare può diventare oceano e si devono usare gli attrezzi pesanti!”
Michele Scoppa ha toccato un punto che secondo me riguarda tanti surfisti italiani:
“Sottovaluta che essendo in Italia non ci può essere pericolo in mare ma in una mareggiata simile può essere molto pericoloso, come abbiamo visto infatti ha fatto tantissimi danni questo ciclone.”
Con Eugenio, inevitabilmente, si è parlato anche di mindset e di quanto, a volte, la sicurezza personale venga messa in secondo piano:
“Non sai quello che ti troverai davanti quindi devi essere pronto a tutto. Personalmente mi sono sentito più preparato di altri cicloni o medicane in Italia ma l’errore più grande è non aver portato delle tavole più lunghe che purtroppo ho nel mio garage a Nazaré e non aver messo l’impact vest prima di entrare in acqua che avevo portato. Non l’ho fatto perché mi sentivo sicuro di me ma avrei potuto osare di più usandolo.”
Mentre li ascoltavo, pensavo che in fondo il messaggio è uno: il Mediterraneo può diventare oceano, e non possiamo più permetterci di trattarlo come un mare “minore”.
Surfer: Roberto D’Amico – Credits: @kornalsurf
Condizioni surfabili o solo pericolose?
Un altro tema che mi interessava molto era la distinzione tra condizioni surfabili e condizioni semplicemente pericolose. Ho chiesto a tutti quanto conti riconoscerla.
Per Roberto non ci sono mezze misure:
“Con il mare non si scherza, si deve surfare solo se si è realmente in grado di farlo mettendo in conto ogni rischio prima di mettere piede in acqua. È molto più rispettoso rimanere fuori ammettendo i propri limiti.”
Michele Scoppa, con poche parole, va al punto:
“È molto importante riconoscere il pericolo per capire fin dove ci si può spingere.”
Eugenio aggiunge un elemento che, secondo me, chiunque surfi nel Mediterraneo dovrebbe tenere a mente:
“Importantissimo, surfare mareggiate come il ciclone Harry è molto pericoloso. Può essere molto più pericoloso di una condizione oceanica, vista la vicinanza con il ciclone, oltre all’esperienza da surfista è molto importante l’esperienza nel mar Mediterraneo, è un mare imprevedibile, molto turbolento devi sempre cercare di anticipare le sue mosse.”
Mettendo insieme le loro risposte, mi è chiaro che la vera “skills” non è solo il take‑off, ma la capacità di leggere il quadro completo prima ancora di mettere la muta.
Entrare in acqua dopo una mareggiata estrema
Un passaggio delicato, che non potevo evitare, riguardava la scelta di entrare in acqua dopo un evento così distruttivo per le coste italiane.
Quando l’ho chiesto a Roberto, mi ha risposto senza pensarci troppo:
“Non avevo scelta, non me lo sarei fatto scappare per nessun motivo al mondo.”
Michele, invece, separa la gravità dei danni dalla voglia di non “fermarsi” come surfista:
“Ovviamente è successa una cosa molto brutta, tutti i danni subiti dalle coste ma non mi sembra un motivo per non entrare in acqua in una prossima swell.”
Con Eugenio la conversazione si è allargata subito al contesto globale:
“Non è colpa del singolo individuo se la globalizzazione e il consumismo stanno distruggendo questo pianeta per puri interessi economici, è il sistema del potere. I cicloni, gli uragani sono fenomeni prettamente legati al cambiamento climatico, un fronte di aria fredda che si scontra con un mare ormai troppo caldo, diventa una vera bomba! I primi a non tutelare sono le istituzioni che non fanno nulla per prevenire, sono molti i meteorologi che avevano previsto questo. Sarebbe utile creare un’organizzazione che tutela gli abitanti da questi eventi come fanno ad esempio in Australia. In 25 anni che rincorro mareggiate nel Mediterraneo solo negli ultimi dieci anni sono iniziati eventi così catastrofici.”
Scrivendo questa parte, la sensazione che ho è che non esista una risposta semplice. Quello che possiamo fare, come community, è almeno porci la domanda ogni volta, e farlo con onestà.
Correnti, fondali, detriti: quando lo spot non è più lo stesso
Ogni volta che vedo una mareggiata forte, ormai non riesco più a guardare solo le onde: penso subito a cosa è cambiato sott’acqua. Per questo ho chiesto ai rider quanto pesino, nelle loro valutazioni, correnti, fondali e detriti.
Roberto mi ha detto:
“Molti fondali sono cambiati, da piogge, fiumi, eventi atmosferici FORTI! Ora staremo a vedere se esce qualche nuova onda. Gli spot che funzionano da una vita è difficile che cambino di molto perché seguono il flusso delle correnti.”
Michele Scoppa ha riportato l’attenzione su quello che è successo da noi:
“Non penso tanto anche perché sulle coste del Lazio il ciclone non è arrivato in maniera violenta.”
Ma la sua checklist resta valida per tutti:
“Corrente, fondale, vento, l’uscita e l’entrata in acqua, valutare bene tutta una serie di fattori e capire se sono adatti al tuo livello.”
La frase di Eugenio, su questo tema, secondo me è una delle più belle dell’intervista:
“Tantissimo, il mare più lo osservi attentamente e più impari, guardare il mare e surfare di meno, lui è il vero maestro che t’insegna.”
Mentre la rileggo, penso che una delle cose più importanti che possiamo imparare da Harry è proprio questa: fermarci un attimo in più a osservare, prima di tuffarci.
Surfer: Eugenio Barcelloni – Credits: @lucabrigantimediaproductions @kornalsurf
Quanto è raro un evento così nel Mediterraneo?
Una delle domande che mi sono fatto subito è stata: “Quello che abbiamo visto è qualcosa che capita ogni tanto o siamo davanti a qualcosa di davvero raro?”. L’ho girata a Michele Cicoria.
«È piuttosto raro, per quanto riguarda la mareggiata ionica si parla di tempi di ritorno delle decine di anni, se non oltre. Però negli ultimi anni, certi eventi invernali “amplificati” da un mar Mediterraneo più caldo, a causa del cambiamento climatico, si stanno ripresentando con sempre più maggiore frequenza.»
Queste parole risuonano forti con quella frase di Roberto che, secondo me, potrebbe stare da sola in un cartello fuori da ogni spot:
“Il cambiamento climatico esiste, gli eventi sono sempre più frequenti e probabilmente accadrà di nuovo. Fatevi trovare pronti!”
E con lo sguardo di Michele Scoppa, che vede in queste giornate un pezzo di storia del surf italiano e spera, la prossima volta, di poter essere in acqua anche lui.
Prevedibilità: quanto anticipo abbiamo per prepararci?
Per chi vive il mare e il surf, è fondamentale capire con quanto anticipo si possano prevedere eventi di questo tipo. Ho chiesto a Michele Cicoria quanto siano prevedibili mareggiate come quella di Harry.
La sua risposta parte da una distinzione importante:
«Quando si tratta di cicloni di tipo tropicale o Medicane, la prevedibilità non è semplice perché il fenomeno generalmente evolve in modo molto rapido, a volte in meno di 24 ore si forma senza che la modellistica meteorologica riuscisse a definirlo con precisione.»
Harry, però, appartiene a un’altra categoria:
«Per quanto riguarda il ciclone Harry, di tipo extratropicale e molto ampio in origine, la prevedibilità è stata molto alta, e già 4–5 giorni prima si riusciva a definire l’eccezionalità del fenomeno, ma per i dettagli serve sempre stare all’interno dei 3 giorni.»
Questo significa che il “campanello” di un evento eccezionale su mappe e modelli era già acceso da giorni. Sta a noi imparare a riconoscerlo, scegliendo fonti affidabili e non solo screenshot di passaggio.
Futuro: mareggiate più frequenti o più estreme?
Un’altra domanda che ho fatto a Michele Cicoria è stata: “Quello che abbiamo visto con Harry diventerà la normalità?”. La risposta, come spesso accade quando si parla di clima, non è bianca o nera.
«Ci sono diversi studi sull’argomento, i più autorevoli affermano che eventi di questo tipo non aumenteranno molto in termini di frequenza, ma saranno sempre più impattanti sul Mediterraneo.»
Mi ha citato anche un’analisi specifica del gruppo ClimaMeter:
«Lo studio pubblicato dal gruppo ClimaMeter mostra che eventi con configurazioni simili al ciclone Harry presentano oggi venti più intensi di circa 4–8 km/h (circa +15%) rispetto al passato, un segnale attribuito principalmente al riscaldamento climatico antropico. Il risultato è dunque che dovremmo aspettarci mareggiate più estreme in futuro.»
Per chi surfa il Mediterraneo, questo significa una cosa semplice e complessa allo stesso tempo: più swell importanti in una vita, ma anche più responsabilità verso il mare e verso chi vive le coste.
Chi è Michele Cicoria
Ci tenevo che il lettore sapesse chi è la persona dietro queste analisi. Michele non è solo “il meteorologo che ci spiega Harry”, è un amico, un surfista e una voce che seguo da anni. Gli ho chiesto una breve bio, e ve la riporto così com’è:
«Sono un meteorologo per passione e professione, ho una laurea in fisica dell’atmosfera e meteorologia e pratico surf da molti anni. Attualmente lavoro al servizio meteorologico di ARPA Sardegna, quello che i più veterani conoscono come il S.A.R., ma negli anni ho lavorato come meteorologo in altre regioni: per ARPA ho fatto le ossa in Lombardia e Liguria, regioni che sono un’ottima palestra meteorologica, mentre prima di trasferirmi nella costa nord-occidentale sarda ho lavorato come meteorologo per RAI, facendo previsioni e divulgazione in TV per la regione Marche e a livello nazionale. Dal 2014 curo anche la parte editoriale di 4surf magazine.»
Per me, avere in questo articolo una voce come la sua significa dare alla community non solo emozioni e racconti, ma anche strumenti per capire meglio il nostro mare.
Community, aiuto concreto e rispetto per le coste
Parlando di Harry con i rider e con Michele, mi sono reso conto che questo non è solo un racconto di onde. È anche una domanda aperta su cosa può fare la surf community – e chi ama il mare – quando un evento del genere colpisce le coste.
Quando l’ho chiesto a Roberto, la risposta è andata subito sul concreto:
“Beh ovviamente essere in loco e andare a sporcarsi le mani insieme alle persone del posto credo sia l’azione più concreta. Poi magari si potrebbe organizzare un crowd founding per risanare attività di persone in difficoltà ma sempre rispettando gli spazi del mare.”
Michele, con poche parole, ha riassunto l’idea:
“Può essere una buona idea.”
Eugenio ha allargato il campo, vedendo nella surf community – e in chi vive il mare per sport o passione – una grande risorsa potenziale:
“Sicuramente penso che la comunità di surfisti o persone appassionate di qualsiasi sport o attività in mare siano una grande fonte d’aiuto!”
Mentre scrivo, penso al ruolo che la surf community può giocare: usare la propria voce non solo per parlare di surf, ma anche per attivare iniziative, sensibilizzare, affiancare progetti locali e, quando serve, rendersi disponibile in modo pratico.
Una passione che si rafforza e un messaggio per il futuro
C’è un’ultima cosa che ho voluto chiedere a tutti: “Dopo Harry, il tuo rapporto con il mare è cambiato?”.
Per Roberto, l’amore per il Mediterraneo è ancora più forte:
“Io amo il Mediterraneo e lo amo sempre di più!!”
Michele la vede allo stesso modo:
“Sicuramente lo rafforzano.”
Eugenio ci aggiunge una dimensione quasi “spirituale”:
“Certo che lo rafforzano, io ho sempre avuto un grande rispetto per l’elemento che amo di più. Il mare non è contento quindi ci manda un segnale. Bisogna viverlo e ascoltarlo il mare, cercare di aiutarlo anche con un piccolo gesto ogni volta che si va in acqua. Il mare non dimentica.”
Tutte queste risposte formano un coro di voci che dà forza al messaggio finale per la surf community italiana.
C’è Roberto, che ci ricorda:
“Il cambiamento climatico esiste, gli eventi sono sempre più frequenti e probabilmente accadrà di nuovo. Fatevi trovare pronti!”
C’è Michele, che dice:
“Ragazzi sono state delle giornate che rimarranno nella storia del surf italiano, spero che la prossima riuscirò a surfarla pure io, se ci sarà.”
E c’è Eugenio, che chiude così:
“Valutare sempre ogni occasione, il rischio è dietro l’angolo quindi non sottovalutare mai qualsiasi decisione.”
Io, da parte mia, posso solo aggiungere perché ho voluto scrivere questo pezzo: per mettere nero su bianco un momento storico del surf nel Mediterraneo, ma soprattutto per provare a trasformare un evento estremo in un’occasione di crescita per tutti noi.
Farsi trovare pronti, per me, significa tre cose: conoscere meglio il mare (e ascoltare chi lo studia), attrezzarsi e allenarsi in modo adeguato, e costruire una community capace di prendersi cura sia delle onde sia delle coste. Con CityBeach, giorno dopo giorno, stiamo cercando di essere uno dei punti di riferimento di questo percorso: un posto dove si parla di mute, tavole e leash, ma anche di sicurezza, di rispetto e di futuro del surf nel Mediterraneo.
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